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Restyling per il Rifugio Guido Corsi

07 ottobre 2020

Fuori un guscio metallico; dentro un ambiente caldo e accogliente che conserva l'antico nucleo murario realizzato con le pietre delle trincee della Grande Guerra. Si muove tra rinnovamento e conservazione il progetto per la rinascita del rifugio Guido Corsi proposto dallo studio Colombo/Molteni Larchs (con Alessandro Gaffuri giovane professionista) di Cantù (Como) e dallo studio, con base a Muralto (Canton Ticino), Baserga e Mozzetti architetti.

Il team italo-elvetico si è aggiudicato il concorso di idee che era stato lanciato, a partire da una manifestazione di interesse, dalla Società Alpina delle Giulie, sezione di Trieste del Cai, allo scopo di selezionare un progetto sulla base del quale far rinascere il rifugio Guido Corsi, una storica struttura, oggi inagibile, situata a quota 1876 metri sul versante sud dello Jof Fuart, nel territorio di Tarvisio (Udine). 

La "scocca" metallica custode della memoria

Secondo il verdetto della giuria, presieduta da Alberto Winterle: «Il progetto propone una struttura compatta e funzionale. La riconfigurazione complessiva dell'edificio con un carattere contemporaneo mette in evidenza al suo interno gli elementi che costituiscono la memoria storica del rifugio Corsi».
Il rifugio ha origine negli anni Venti del Novecento, quando per costruire le murature sono state impiegate le pietre delle trincee della Prima Guerra mondiale. Il primo nucleo, ancora ben conservato, è stato poi inglobato nell'ampliamento degli anni Settanta. Poi, a fine 2017, una tromba d'aria «ha spazzato via metà del tetto, portandosi via anche una porzione dell'ampliamento risalente agli anni Settanta, realizzata fondamentalmente in legno», racconta Paolo Molteni. «Noi abbiamo proposto - continua l'architetto - il mantenimento delle murature degli anni Venti. Ci è sembrato impensabile toccarle». Ciò che ha valore di memoria viene conservato.

C'è poi da fare i conti con le condizioni impervie del costruire in alta quota. Qui i grandi carichi possono essere solo trasportati in elicottero. Dunque «anche un'operazione di strip out in alta quota è difficoltosa», spiega Molteni. Così, in un'ottica di ottimizzazione e semplificazione delle future operazioni di costruzione si cerca di «mantenere il più possibile le murature non ammalorate», che «verranno ovviamente rafforzate e protette», riferisce sempre l'architetto. Su uno dei lati corti, laddove il danno da parte della tromba d'aria è più serio, l'edificio viene leggermente ampliato.
Il nuovo volume sfaccettato entra in sintonia con il contesto e si mostra all'esterno con un'immagine nuova affidata al rivestimento, di rame sulle facciate e di zinco-titanio in copertura. Il cuore interno del rifugio resta l'antico nucleo di pietra del 1923.

«Nessuna citazione storica dunque, ma la logica consapevolezza della storia passata che diventa espressione di continuità in un processo di profondo rinnovamento. Il progetto propone quindi un volume compatto, semplice e chiaro; la conformazione dinamica permette un naturale inserimento nel profilo della montagna integrando l'edificio al contesto», scrivono gli architetti nella relazione di progetto.

«Nel dormitorio comune che è al primo piano, la copertura si conclude con una sorta di grande lucernario che ha una doppia funzione: da un lato molto tecnica perché contiene le canne fumarie dei camini e delle stufe; dall'altra però è anche una sorta di riferimento, una lanterna. Quando infatti il rifugio è illuminato dall'interno, il lucernario rende visibile la struttura da valle, facendola diventare un punto di riferimento anche in caso di brutto tempo. Abbiamo immaginato il lucernario come una sorta di faro che indirizza il camminatore», conclude Paolo Molteni.
La somma totale dell'investimento è stimata in questa fase in circa 1,8 milioni di euro.


Fonte: Mariagrazia Barletta - Professione Architetto

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